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19 novembre
2016

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minturnocambia?

Sparagna, Venturo, Pensiero, Orlandi, Conte, Martone: “da noi 6 SI al referendum”

Si vota per ideale, e si vota per consapevolezza di quel che sarà poi.
Se fosse un referendum sul governo Renzi, il nostro non sarebbe un Sì così solido.
Non lo sarebbe, ad esempio, perché non si è messo mano davvero alla spesa pubblica, nonostante le premesse e promesse, e perché non ci convince affatto la recente denuncia populista dell’Europa come alibi per la nostra scarsa incisività su temi fondamentali.

Il 4 dicembre non è però un referendum su Renzi, nonostante il madornale “peccato originario” del premier nel voler personalizzare la questione.
Il 4 dicembre siamo chiamati a votare sulla revisione costituzionale richiesta da Giorgio Napolitano ad inizio legislatura, come conditio sine qua non per la sua rielezione a Presidente della Repubblica.
In quell’occasione, il nostro Presidente dichiarò che «Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana».
La riforma costituzionale oggi oggetto di referendum è proprio quella “soluzione praticabile” auspicata da Napolitano. Un testo scaturito da un accordo tra le due principali forze politiche, Partito Democratico e Forza Italia; discusso dal Parlamento per oltre 700 giorni, con 3 letture per Camera e 6 approvazioni.
Al suo primo passaggio in Senato, 8 aprile 2014, nessun parlamentare votò contro la riforma.
Il 21 gennaio 2016, giorno del voto finale, oltre il 60% dei parlamentari votò a favore.

Perché hanno cambiato idea tante forze politiche? Domandina facile facile, ma per noi poco interessante.
Ci interessa di più chiederci perché fino a qualche mese erano quasi tutti (M5S escluso) d’accordo sulla riforma. E la risposta che più ci convince è che quasi tutti fossero consapevoli che la riforma impatterebbe positivamente su due questioni cruciali relative al funzionamento delle istituzioni democratiche italiane: il bicameralismo paritario e il rapporto tra Stato e Regioni.

Mentre le forze politiche seguono i loro tortuosi e strumentali percorsi strategici, per noi il testo non è cambiato da gennaio, e riteniamo quindi che su entrambe le questioni la riforma sia davvero utile, sebbene non sufficiente a cambiare il “funzionamento” del nostro Paese.
Via da uno dei più assurdi e ingessanti bicameralismi occidentali; via da un regionalismo incompleto e nato per produrre spesa e catene di potere di sapore medievale.
Tanto ci basta… una scelta naturale, logica e in piena consonanza con i valori “futuristi” in cui ci riconosciamo.

SI



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